È comune chiedersi perché, nonostante comprendiamo chiaramente ciò che dovremmo fare, alcune attività continuino a essere rimandate.
Questo divario tra intenzione e azione è spesso interpretato come una mancanza di motivazione, disciplina o metodo. Tuttavia, questa lettura è riduttiva e raramente porta a soluzioni durature.
Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha esaminato più da vicino i meccanismi precisi che conducono alla procrastinazione.
Piuttosto che concentrarsi sulla personalità o sulla forza di volontà, alcuni studi analizzano il modo in cui il cervello valuta lo sforzo, la ricompensa e il tempo nel momento in cui prende una decisione.
Lo studio su cui si basa questo articolo, pubblicato su Nature Communications, offre un contributo particolarmente prezioso. Non cerca di spiegare perché alcune attività siano spiacevoli, ma come il cervello arbitra tra agire subito o rimandare.
Comprendere questo meccanismo permette di adottare uno sguardo diverso sulla procrastinazione e di individuare leve d’azione più sottili, senza forzarsi né giudicarsi inutilmente.
Ci sono momenti in cui sai esattamente cosa devi fare. Il compito è identificato, lo scopo è chiaro, e saresti persino in grado di spiegare a qualcun altro perché sarebbe meglio iniziare subito.
Eppure rimandi. Poi rimandi ancora. E dopo un po’, inizi a chiederti se il problema dipenda dalla tua motivazione, dalla tua disciplina o dalla tua capacità organizzativa.
La ricerca scientifica recente propone una lettura diversa. Non cerca di moralizzare questo comportamento né di ridurlo a un difetto caratteriale. Cerca di comprendere cosa accade nel momento preciso in cui la decisione viene presa.
Lo studio di Le Bouc e Pessiglione (2022) propone una spiegazione neuro-computazionale della procrastinazione. In altre parole, descrive un meccanismo decisionale e mostra che questo meccanismo permette di prevedere la tendenza a procrastinare in situazioni indipendenti, inclusa una situazione di vita reale.
In questo articolo comprenderai ciò che questo studio mette in evidenza, mantenendo i termini chiave ma spiegandoli in modo chiaro. Poi vedrai come utilizzare questi risultati per adattare il tuo modo di agire, senza forzarti e senza inventare alcuna “tecnica miracolosa”.
La procrastinazione non è un problema di forza di volontà
Partiamo da una definizione semplice. Nello studio, la procrastinazione è descritta come il fatto di ritardare volontariamente un compito pur sapendo che questo ritardo può avere conseguenze negative.
Questa definizione è essenziale perché evita una confusione frequente. Procrastinare non significa “non capire” né “non sapere”. Procrastinare significa piuttosto: so cosa devo fare, ma rimando comunque.
È per questo che le spiegazioni basate esclusivamente sulla motivazione risultano spesso insufficienti.
Per comprendere più in profondità perché alcune strategie funzionano meglio di altre, è utile capire il meccanismo preciso attraverso cui il cervello arbitra tra agire subito o rimandare.
Per un approfondimento e leve d’azione concrete, puoi consultare il mio articolo con consigli su come smettere di procrastinare.
Certo, alcune attività sono più o meno attraenti, più o meno faticose, più o meno utili. Ma lo studio mostra che esiste un fattore più profondo e stabile che spiega perché alcune persone rimandano più di altre, anche quando le informazioni sono identiche.
In sintesi, la procrastinazione non è necessariamente una debolezza morale. Può essere la conseguenza di un bias decisionale.
Il concetto chiave: il bias temporale di valutazione
Per comprendere lo studio, occorre introdurre una nozione centrale: il bias temporale di valutazione. Questo bias descrive il fatto che il nostro cervello non valuta presente e futuro in modo simmetrico.
Più un evento è lontano nel tempo, meno influenza la decisione immediata. Questo meccanismo riguarda sia ciò che è piacevole sia ciò che è spiacevole.
Fin qui nulla di sorprendente. Ma lo studio aggiunge una precisazione decisiva: ricompensa e sforzo non sono influenzati allo stesso modo da questo bias temporale. Ed è proprio questa asimmetria che permette di comprendere perché la procrastinazione sia così frequente.
In sintesi, il cervello trasforma la rappresentazione del futuro. Ma questa trasformazione non è identica per ciò che speri di ottenere e per ciò che dovrai fornire.
Ricompensa futura e sforzo futuro non sono percepiti allo stesso modo
Primo risultato importante: la ricompensa futura perde intensità con il tempo, ma in modo relativamente moderato. In altre parole, un beneficio atteso domani o tra qualche settimana conserva mentalmente un valore complessivamente attrattivo.
Secondo risultato, molto più determinante: lo sforzo futuro è fortemente attenuato nella rappresentazione mentale. Lo studio mostra che più un compito viene rimandato, più lo sforzo necessario appare leggero, accessibile, quasi evidente.
Ciò significa che la stessa azione può essere percepita come pesante se deve essere svolta subito, e molto più semplice se proiettata nel futuro. Non si tratta di un ragionamento consapevole, ma di una stima implicita dello sforzo da fornire.
In sintesi, la procrastinazione non è legata solo a una mancanza di voglia. Si fonda spesso sull’impressione che lo sforzo sarà più facile più tardi, mentre la ricompensa finale resta sufficientemente attraente da giustificare il rinvio.
Perché rimandare sembra logico sul momento
Se hai mai avuto questo pensiero — “lo farò domani, sarà più semplice” — hai già sperimentato il meccanismo descritto nello studio.
Nel momento della decisione, il tuo cervello confronta implicitamente due opzioni. La prima consiste nel farlo subito: lo sforzo è immediato e quindi percepito come elevato.
La seconda consiste nel farlo più tardi: lo sforzo è futuro e quindi percepito come fortemente ridotto, mentre la ricompensa futura resta relativamente attrattiva. Il risultato di questo calcolo è semplice: rimandare appare coerente.
È per questo che la procrastinazione non viene vissuta come un errore nel momento in cui avviene. Viene vissuta come una scelta ragionevole. Poi, il giorno dopo, lo stesso calcolo si ripete.
In sintesi, la procrastinazione si basa su un’illusione cognitiva: il futuro sembra molto meno costoso di quanto sarà realmente.
Procrastinare significa decidere più volte
Un altro contributo importante dello studio è mostrare che la procrastinazione non è una decisione unica. Nella vita reale funziona come una serie di decisioni iterative. Ogni giorno ti trovi di fronte alla stessa scelta: farlo oggi o rimandare ancora.
Gli autori confrontano due modi di modellizzare questo comportamento. In un modello “statico”, decideresti una volta per tutte la data ideale.
In un modello “dinamico”, rimandi o agisci ripetendo la decisione nel tempo. Il risultato dello studio è chiaro: il modello dinamico spiega meglio il comportamento reale osservato a domicilio.
In sintesi, la procrastinazione quotidiana non è un piano. È una ripetizione.
Perché le scadenze funzionano
Probabilmente hai già osservato questo fenomeno: senza una scadenza, un compito può restare sospeso molto a lungo; con una scadenza, la probabilità di svolgerlo aumenta man mano che la data si avvicina.
Il modello dinamico spiega questo punto in modo semplice. Più la scadenza si avvicina, meno occasioni restano per rimandare. Il “menu” delle opzioni future si riduce. E meccanicamente aumenta la probabilità di decidere “lo faccio adesso”.
In sintesi, la scadenza non crea sempre motivazione. Modifica la struttura della decisione.
Cosa mostra lo studio a livello cerebrale
Lo studio si basa su scelte intertemporali effettuate in risonanza magnetica funzionale. Gli autori osservano sistemi cerebrali parzialmente distinti coinvolti nella valutazione delle ricompense, nell’elaborazione dei costi avversivi e nell’integrazione delle informazioni sforzo–ricompensa–tempo.
Il punto più importante, per restare fedeli all’articolo, è il seguente: la variabile maggiormente associata alla procrastinazione, sia in laboratorio sia in un compito reale a domicilio, è il grado con cui il costo dello sforzo viene attenuato quando è rinviato nel tempo.
In altre parole, la procrastinazione è legata al modo in cui il cervello “alleggerisce” lo sforzo futuro.
In sintesi, non è principalmente una questione di ricompensa. È una questione di rappresentazione dello sforzo nel tempo.
Come utilizzare questi risultati senza forzarti
A questo punto emerge una domanda centrale: se il problema è una sottostima dello sforzo futuro, cosa puoi modificare concretamente oggi?
Lo studio non fornisce un elenco di tecniche. Fornisce un meccanismo. E questo meccanismo suggerisce un principio d’azione: quando vuoi ridurre la procrastinazione, è spesso più pertinente ridurre lo sforzo percepito ora piuttosto che cercare di aumentare la motivazione con ingiunzioni.
Questo può assumere diverse forme, tutte coerenti con il modello.
Innanzitutto, ridurre il costo di ingresso nel compito. Se il cervello sovrastima lo sforzo immediato, rendere l’ingresso più leggero modifica direttamente il confronto “adesso vs più tardi”.
In secondo luogo, rendere le decisioni più frequenti ed esplicite. Lo studio spiega che la procrastinazione reale funziona come una serie di decisioni ripetute; ciò evidenzia l’interesse di aumentare le occasioni in cui riconsideri il compito, invece di lasciarlo scomparire dal tuo campo mentale.
Infine, chiarire una scadenza. La deadline modifica la dinamica perché riduce progressivamente le opzioni di rinvio.
In sintesi, non combatti la procrastinazione criticandoti, ma cambiando la struttura della decisione.
Consiglio operativo: ridurre lo scarto tra sforzo immaginato e sforzo reale
L’obiettivo di questo consiglio operativo è semplice: ridurre lo scarto tra lo sforzo che il tuo cervello immagina per “più tardi” e lo sforzo che devi realmente fornire “adesso”.
Prepara una tabella con quattro colonne.
Nella prima, annota il compito che stai rimandando.
Nella seconda, annota ciò che ti appare gravoso se dovessi farlo ora, restando fattuale: una fase poco chiara, un avvio difficile, mancanza di materiale, incertezza, una prima azione troppo grande.
Nella terza, annota ciò che puoi fare per ridurre solo lo sforzo di ingresso, senza cercare di completare il compito: preparare un documento, aprire il file, raccogliere gli elementi, chiarire la prima fase, definire un’azione di avvio.
Nella quarta, pianifica il momento preciso in cui realizzerai questa azione di ingresso.
Noterai qualcosa di importante: quando l’ingresso nel compito è più semplice, il tuo cervello ha meno motivi per considerare che “domani” sarà più confortevole di oggi.
Ora che hai compreso che la procrastinazione è fortemente legata all’attenuazione dello sforzo futuro, puoi rileggere i tuoi rinvii recenti con uno sguardo diverso: non come un difetto morale, ma come un bias decisionale che puoi correggere modificando la percezione dello sforzo immediato.
Se sei interessato al tema della produttività, ti invito a scoprire tutti i miei articoli sulla produttività.
Se desideri beneficiare dell’esperienza di un coach nella gestione del tempo del nostro studio di coaching, scrivici ora utilizzando il nostro modulo di contatto o chiamaci telefonicamente o su WhatsApp al +33 6 69 46 03 79.
Scopri questo articolo in altre lingue
English: Why do we really procrastinate?
Français: Pourquoi procrastinons-nous vraiment ?
